RITORNO
AD AUSCHWITZ
Marilinda
Rocca
- 14/21 luglio 2001 -
Domenica:
Ci sono. Rieccomi al Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, dopo un viaggio
in pullman che, come i due precedenti in auto e in treno, si è
rivelato naturalmente lento. Scelta consapevole: quasi che arrivare
quassù in maniera rapida e comoda fosse un’offesa alla
memoria di tutti i deportati che, stanati in ogni angolo d’Europa,
furono ammassati nei carri bestiame e che, alla fine dell’interminabile
viaggio verso Est, furono “accolti” al campo da urla cani
ringhiosi manganellate insulti e, fra il panico e l’incredulità,
immediatamente sottoposti alla selezione: di qua al lavoro e di là
– donne, bambini, anziani – al gas.
A stento reprimo l’emozione mentre oltrepasso il cancello sovrastato
dalla ben nota scritta Arbeit macht frei – per la prima
volta senza Federico Bario, fidato compagno nel cammino dentro la Shoah,
e per la prima volta nelle vesti di ospite del Museo. Già, oggi
non sono soltanto una visitatrice risospinta fin qui dal bisogno di
un confronto diretto con il luogo reale e metaforico da tempo incuneato
in me: grazie alla reciproca fiducia che si è instaurata nel
corso degli ultimi mesi, mi scopro collocata “al centro”.
Nel campo, ritrovo scorci e prospettive, osservo i miei passi disegnare
impronte nella terra battuta e gli alberi ombre oblunghe sui block di
mattoni rossi, ascolto il vispo cinguettio degli uccelli (sì,
anche qui cantano gli uccelli) ed il vocio contenuto dei rari visitatori:
è un ritorno il mio ma anche l’inizio di un approccio diverso
al “mondo di Auschwitz”.
Costeggiata la camera a gas ed il crematorio 1, varco la barriera che
separa il campo-museo accessibile ai visitatori dalla zona loro preclusa.
Un po’ stranita, rigiro fra le mani la chiave della stanza a me
assegnata all’interno dell’edificio che, dal 1940 al 1945,
alloggiò gli uffici amministrativi delle SS. Antistante ad esso,
un prato attorniato da alberi: parrebbe un locus amoenus se lo sguardo
non cadesse sui comignoli e sugli sfiatatoi che spuntano dall’erba;
sullo sfondo, oltre una recinzione in cemento, la villetta di Rudolf
Höss, il comandante del Lager. Cala la notte. Nel silenzio
rotto soltanto dall’infuriare del temporale, provo un brivido
nell’osservare, al di là della “mia” finestra,
il doppio reticolato di filo spinato e la torre di guardia con il faro
illuminato, protervo mastino finalmente innocuo.
Lunedì: Camminata di lento avvicinamento a Birkenau,
in una mattinata calda e soleggiata, fra campi coltivati ove scorre,
tranquillo, il ritmo della vita contadina. Al di là del portone
della morte, i binari della Bahnrampe si protendono sino alle
rovine dei crematori II e III, fra cui spicca il Monumento Internazionale
alle Vittime del Nazifascismo. Piego ad est verso la Sauna, un enorme
edificio di color rossastro che dal dicembre 1943 al 1945 fu adibito
alle procedure d’immissione nel campo: privazione di tutte le
proprietà personali, dei capelli e della dignità di essere
umano (dacché la registrazione comportava lo svilimento da persona
a numero); disinfezione degli abiti con macchine a vapore; doccia; assegnazione
delle divise. Dallo scorso aprile è possibile visitare un’esposizione
permanente che inizia nel locale dove, sotto gli occhi dei Nazisti,
i nuovi arrivati si dovevano spogliare; sul fondo, una vetrata racchiude
valigie vuote o piene di abiti disposti con cura, borse, portamonete,
cesta, spazzole, fotografie, scarpe di adulti e di bambini, anelli,
collane, un orologio a cipolla, un mazzo di chiavi: elementi di quella
vita quotidiana che qui cessava di colpo. Il percorso nella Sauna si
conclude nella stanza in cui i prigionieri ricevevano le uniformi a
righe e gli zoccoli in legno: immersa nel buio, è dominata da
un pannello lungo 7-8 metri (che, specchiandosi nel pavimento di vetro,
risulta di dimensioni ancora più enormi) interamente tappezzato
di fotografie.
Tornata all’aperto ma ancora scossa dall’impatto con gli
innumerevoli ritratti di persone di ogni età e strato sociale
colte in situazioni familiari prima della “catastrofe”,
cerco ciò che resta dei magazzini Canada, stipati un tempo degli
averi confiscati agli Ebrei (sia a coloro destinati all’immediata
gassazione sia a coloro assegnati al lavoro): nulla se non le fondamenta
e, sotto una rete metallica, una parte infinitesimale degli oggetti
appartenuti ai prigionieri: forchette, cucchiai, gamelle, forbici arrugginite,
coperchi di pentole, suole di scarpe; tutti strumenti essenziali per
prolungare la sopravvivenza, come ci ha insegnato Primo Levi («la
morte incomincia dalle scarpe», ricordate?).
Anche questa volta, dopo aver camminato per ore, sola e solitaria, nello
sconfinato cimitero senza tombe di Birkenau, la sensazione è
di spaesamento e di impotenza nel tentativo di forzare l’immaginazione
e ritrasformare – con l’ausilio di quanto appreso da libri,
film, confronti – gli spazi dell’odierno “museo”
nella fabbrica di morte di sessant’anni fa.
Martedì: Sotto una pioggia fitta, mi avvio verso
l’edificio che fu l’ospedale delle SS e che ora ospita i
principali dipartimenti del Museo di Auschwitz. Al secondo piano, l’ufficio
del Capo della Casa Editrice, Teresa Swiebocka, una signora cordiale
che, dopo la nostra fitta corrispondenza, sono lieta di conoscere personalmente.
Il colloquio s’incentra sul lavoro in divenire avviato insieme
a Federico Bario, in special modo sui progetti che vedranno il coinvolgimento
diretto del Museo. Definiti gli aspetti pratici della collaborazione
e prospettata la possibilità di estenderla oltre la mostra sulla
Shoah (che, patrocinata dall’Assessorato alla Cultura della Provincia
di Lecco, avrà luogo in occasione della Giornata della Memoria
del 27 gennaio 2002), ci dilunghiamo in uno scambio di idee che devia
per più direzioni: le difficoltà insite nella gestione
dell’immenso patrimonio del Museo di Auschwitz-Birkenau, composto
di reperti materiali ed immateriali; la lezione di due testimoni acuti,
lucidi, antiretorici quali Primo Levi e Tadeusz Borowski; il senso di
responsabilità che nasce dal “portare testimonianza”
e, per finire, il dovere morale di parlare alle generazioni più
giovani, aiutandole a capire che la conoscenza del passato è
un ponte aperto sul futuro.
Trascorro il resto della giornata nel Museo. Grazie alla D.ssa Swiebocka,
ho accesso agli Archivi, dove consulto la fonoteca alla ricerca della
musica composta ad Auschwitz. Spiazzante è l’ascolto, da
una registrazione originale, della Arbeitslagermarsch con cui
l’orchestrina del campo scortava quotidianamente gli Ebrei del
lavoro oltre il cancello; quello della “Hatikva” mi riporta
alle scene testimoniate nel Blocco 27 del Martirologio degli Ebrei o
presso gli stagni di Birkenau ove si gettavano le ceneri umane: ogni
volta che Federico ed io abbiamo sentito il rabbino intonare sottovoce
questo canto e le scolaresche d’Israele unirsi a lui in coro,
ci è parso che la toccante cerimonia ripopolasse per un attimo
il campo dei milioni di morti. Su una parete, la copia dell’enorme
cartina di Birkenau realizzata in data 18 giugno 1943: schema dettagliatissimo
del Lager con le tre principali sezioni BI, BII e BIII suddivise
nei diversi campi (maschili, femminili, degli Ebrei di Terezín,
degli Ebrei d’Ungheria, degli zingari, dei politici), con la rampa
ed i crematori II, III, IV e V.
Serata di lettura. Fra le mani, gli ultimi numeri dei bollettini d’informazione
“Promemoria”, curati dal Museo insieme alla Fondazione per
commemorare le Vittime del Campo di Sterminio di Auschwitz-Birkenau.
I saggi, le poesie, le interviste, le testimonianze di sopravvissuti
raccolti in queste pubblicazioni monotematiche si rivelano ricchi di
spunti per la riflessione e l’approfondimento. Peccato che per
ora esistano soltanto edizioni in polacco, inglese e tedesco; mi chiedo
quanto interesse susciterebbero da noi.
Mercoledì: Visita di Monowitz, il più
vasto fra i 40 sottocampi di Auschwitz, il campo di Primo Levi. Non
è facile, durante il sopralluogo in auto in compagnia di Teresa
Swiebocka e del suo assistente Jarek Mensfelt, conciliare l’immagine
attuale di questo villaggio di impronta rurale con quella del Lager
che conosciamo attraverso i libri di Levi; qua e là, fra le case
sequestrate ai proprietari e restituite loro alla fine della guerra,
si notano poche vestigia del passato, bunker per lo più. Oltre
la strada, un gigantesco complesso industriale: qui a “Buna”,
distaccamento in Alta Slesia del colosso chimico tedesco IG Farben,
si sfruttava il lavoro a costo zero dei prigionieri. Che accadde alla
fabbrica dopo Auschwitz? Assolutamente nulla, spiega Jarek con una smorfia,
non si è mai cessato di produrre gomma sintetica… Chissà
se, una volta ultimato il percorso d’orientamento che il Museo
sta definendo, anche questi luoghi inquietanti dietro l’aspetto
in apparenza neutro diverranno meta dei visitatori.
Con la consueta disponibilità, le mie “guide” mi
accompagnano alla Fondazione Ebraica di Auschwitz, aperta pochi mesi
fa dopo la ristrutturazione dell’unica sinagoga di Oswiecim non
completamente distrutta dai Nazisti. Il centro propone interessanti
reperti fotografici, fra cui vedute della cittadina sulla Vistola agli
inizi del XX secolo e ritratti dei componenti della fiorente comunità
ebraica, dedita soprattutto alle attività commerciali: lo si
nota bene dalle vecchie immagini delle botteghe sulla piazza principale
(quella che divenne poi luogo di raduno degli Ebrei da espellere e spedire
nei ghetti e nei Lager), con insegne dove spiccano cognomi
giudei. Il giovane rabbino mi ricorda che, dei 7000 abitanti ebrei,
400 sopravvissero alla Shoah. Di questi, una settantina tornò
nella città natale ma col tempo, fallito il tentativo di ricreare
una vita ebraica ad Oswiecim, ne rimase uno soltanto, Szymon Kluger.
Viveva nella casa dietro la sinagoga, in un unico locale arredato come
ai tempi antecedenti la deportazione: mai più ripresosi dallo
shock mentale subito nel campo di concentramento, è morto di
recente.
«Andavo a scuola qui e studiai sia l’yiddish sia il
tedesco perché, diceva mia madre, con la lingua tedesca mi si
sarebbe aperta tutta la cultura europea, ma poi…»,
è una delle testimonianze presentate nel bel documentario realizzato
in collaborazione con la Visual History Foundation di Steven Spielberg.
Sono oramai all’uscita quando sento le esclamazioni stupite di
un’anziana signora che, ferma dinanzi ad un quadro, indica le
ruote dei carri costruite dal padre. Tornata per la prima volta qui
da Israele, mi spiega una parente, sta cercando a fatica un nesso fra
il mondo perduto della propria gioventù, il non-mondo di Auschwitz
e l’attuale Oswiecim. Non m’intrometto.
Indugio presso il ponte sulla Vistola: l’acqua color terra scorre
lenta, quasi fosse appesantita dalle ceneri dei cadaveri… Nel
centro, andirivieni di persone dentro e fuori dai negozi, qualche anziano
ai tavoli di un bar: incrociando il mio aspetto da straniera, qualcuno
sembra pormi un tacito interrogativo, che ci faccio qui, che cosa cerco?
Questa è Oswiecim, cittadina sulla Vistola che vuole esistere
oltre Auschwitz – anche se dimenticare non può.
Giovedì: in treno verso Cracovia: le stesse
rotaie, lo stesso tragitto dei treni della morte. La città, quieta
e magica sotto la neve di marzo, è oggi colorata e chiassosa.
Durante il cammino dalla Piazza grande del Mercato a Kazimierz, alzo
gli occhi verso il Castello del Wawel che il governatore nazista Hans
Frank elesse propria residenza. Ritrovando vedute familiari, giungo
a Via Szeroka, cuore di quello che nei secoli fu il principale centro
polacco della vita ebraica, finché la “Soluzione Finale”
non ne sterminò la quasi totalità della popolazione. Diversamente
dal resto del quartiere ingrigito da palazzi scrostati che testimoniano
la morte di un’intera comunità, questa zona è stata
rimessa a nuovo negli anni recenti grazie soprattutto all’ondata
emotiva suscitata dal film Schindler’s List. Qui sorgono
la Sinagoga Vecchia, che ospita l’interessante Museo Etnografico,
e la Sinagoga di Remuh – l’unica tuttora usata come luogo
di culto – con l’annesso cimitero le cui tombe furono rase
al suolo dai Nazisti ed in seguito parzialmente riportate alla luce.
Nella libreria ebraica Jardena che chiude la via sul lato nord, converso
a lungo con il proprietario; pacato, osserva che a tutt’oggi i
Polacchi provano sentimenti di “scarsa simpatia” nei confronti
degli Ebrei, benché mai accetterebbero di essere tacciati di
antisemitismo (non è forse così anche altrove?).
Al di là della Vistola, il vasto sobborgo moderno di Podgórze.
Non v’è più traccia del ghetto che funzionò
dal 1941 al 1943 e che per i 12.000 Ebrei qui rinchiusi fu l’anticamera
del trasferimento nei campi di concentramento di Auschwitz o di Plaszów
(ad un solo chilometro di distanza, fu comandato dall’efferato
Amon Goeth ritratto nel film di Spielberg). Nella Farmacia sotto l’Aquila,
appartenuta all’unico non ebreo che rimase nel rione e ne fece
un punto di contatto con il mondo al di là delle mura, è
allestito il Museo del Ricordo Nazionale. Unica visitatrice, mi aggiro
nei due locali colmi di fotografie dell’epoca che ritraggono scene
di sfollamento, ordinaria sopraffazione, esecuzioni sommarie. L’impressione
è forte ed è difficile scrollarmene allorché compio
l’itinerario inverso dal perduto mondo ebraico di Cracovia alla
città gaia e turistica.
Venerdì: Appuntamento, nell’ufficio della
D.ssa Swiebocka, con il professor Zych – poeta, traduttore e curatore
dei volumi sulle “poesie di Auschwitz” – per esaminare
i termini del progetto che, grazie alla fiducia accordatami, affronteremo
insieme nei prossimi mesi. Un uomo garbato, aperto al dialogo. Concordiamo
che, al di là del valore artistico intrinseco, gli sfoghi lirici
nati nei Lager sono soprattutto documenti storici che offrono
squarci illuminanti sul mondo concentrazionario: a parlarci sono le
voci autentiche di chi si affidò alla creazione letteraria nel
tentativo di sopravvivere psicologicamente all’orrore e di preservare
la propria libertà interiore.
Un’altra testimonianza forte viene da una mostra di pittura allestita
nel Block 12. Jerzy Adam Brandhuber fu un superstite di Auschwitz che,
non avendo altro posto dove andare dopo la guerra, vi tornò per
viverci – da uomo libero ma non certo liberato dal fardello di
quella esperienza, come mostrano i cicli di dipinti “Auschwitz”,
“Quarantena”, “La rampa” dominati da larve umane,
ombre senza volto.
È notte ormai. Scendo nei viali deserti a scattare qualche fotografia
del campo che, sprofondato nel silenzio, riassume per un istante l’identità
di Lager. Sotto un cielo stellato, mi spingo fino al portone
d’ingresso e resto lì, immobile, carica di tristezza, smarrita:
come capire fino in fondo l’incomprensibile, come dire l’indicibile?
Scriveva Levi che «non siamo noi, i superstiti, i testimoni
veri (...) sono loro, i “musulmani”, i sommersi, i testimoni
integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale».
Ora che il numero dei sopravvissuti si fa sempre più sparuto,
possiamo noi – non coinvolti in quegli abissi – farci carico
di difendere la memoria del passato affinché ciò che è
stato non si ripeta più? Nella conversazione con Claude Lanzmann
che funge da prologo all’immenso film-documentario Shoah, il Premio
Nobel Eli Wiesel risponde che ognuno può essere testimone. Sì,
a dispetto dei nostri limiti dobbiamo sforzarci di esserlo anche perché
– come osservò una volta lo scrittore tedesco Günter
Grass – il “modello Auschwitz” non può essere
ciecamente escluso dall’orizzonte presente e futuro.
Domattina, il congedo da questo luogo, cimitero e nel contempo museo
capace di non fossilizzarsi nel culto della memoria. Benché sarà
solo il tempo a restituirmi pienamente il senso di quanto visto-ascoltato-pensato
nei giorni intensi trascorsi fra Auschwitz, Birkenau, Oswiecim, so che
non potrò più prescindere da questa esperienza; so con
certezza che il viaggio intrapreso con Federico continuerà e,
forte di questi ulteriori e significativi tasselli, approderà
ad altre tappe, necessarie a noi e – mi auguro – anche a
chi vorrà seguirci.