Commento
alla mostra "L'orma di Levi", 2008
Confrontarsi
con Primo Levi, il testimone per antonomasia, avvalendosi del medium
pittorico: un’impresa a prima vista temeraria, se non troppo ambiziosa,
considerata la mole delle riflessioni sull’universo concentrazionario
che lo scrittore torinese ci ha lasciato in quarant’anni di narrazione
ininterrotta. Che cosa selezionare, e come convertire le parole in forme,
segni, colori, scongiurando il rischio di cadere nel banale, nel didascalico,
o in una facile retorica sull’abominio dello Sterminio?
Osservando i dipinti di Federico Bario, sia nel loro progressivo compiersi,
con le tele che man mano si animavano in policromi racconti visivi,
sia nella loro dimensione definitiva di ciclo pittorico variegato ma
nel contempo unitario, mi pare che l’autore sia riuscito ad evitare
tali pericoli e, grazie ad una profonda assonanza con la figura di Levi,
ci abbia restituito l’essenza dello scrittore e dell’uomo.
Una persona di grande levatura morale, misurata e scevra da rozzi sentimenti
di rivalsa ma non per questo incline al perdono indiscriminato, che
così si descrive nell’appendice del 1976 a Se questo è
un uomo: “io non sono un fascista, io credo nella ragione e nella
discussione come supremi strumenti di progresso, e perciò all’odio
antepongo la giustizia. Proprio per questo motivo, nello scrivere questo
libro, ho assunto deliberatamente il linguaggio
pacato e sobrio del testimone, non quello lamentevole della vittima
né quell’irato del vendicatore: pensavo che la mia parola
sarebbe stata tanto più credibile ed utile quanto più
apparisse obiettiva e quanto meno suonasse appassionata”.
Levi,
ricordiamolo, ha saputo denunciare l’orrore senza rappresentarlo
nei suoi aspetti più crudi e ha dato vita a un mondo poetico
in cui ogni termine si dispone con naturalezza al posto giusto, necessario
e insostituibile, pregnante, e davvero in grado di scolpirsi nei nostri
cuori, come ci comanda nella lirica “Shemà”.
Sono tratti che ritrovo nelle opere de “L’orma di Levi”,
dove nessun elemento è fine a se stesso, compiaciuto o teso a
evidenziare la padronanza della tecnica pittorica, quanto piuttosto
è un tassello indispensabile per comporre una scena, sia essa
realistica o visionaria, lirica o drammatica, sempre in grado di evocare
il Male pur eludendo coscientemente una raffigurazione dei carnefici
esplicita, superflua.
Che
Federico abbia interiorizzato la lezione di Primo Levi risulta inoltre
dalla scelta di fondo che ha attuato nel creare i suoi dipinti: la rinuncia,
cioè, a costruire una storia con uno sviluppo cronologico. Una
caratteristica saliente dello stile narrativo di Levi, evidente in specie
nel primo libro della trilogia del lager, Se questo è un uomo,
è l’“intuizione puntiforme”, che il saggista
Marco Belpoliti ben definisce come la “capacità di far
crescere la narrazione a partire da dettagli, particolari, punti attorno
a cui si raggruppano e si dipanano le storie”. È appunto
ciò che avviene nei quadri di Bario che, benché collochi
il proprio racconto pittorico entro la cornice temporale dei due momenti
chiavi dell’arresto e della fine della prigionia, svolge i nuclei
sostanziali della testimonianza di Levi muovendosi liberamente tra gli
eventi, affidandosi alla loro
trasfigurazione immaginifica per comprenderli alla radice.
Privilegiando un approccio personale ed instaurando una sorta di intimo
dialogo con il suo interlocutore, Federico ne mette in risalto le facce
più significative: da quella dello scienziato che descrive con
precisione i “Musulmani” e la “zona grigia”
– quella complessa rete di rapporti umani che, come osserva egli
stesso ne I sommersi e i salvati, “non era riducibile ai due blocchi
delle vittime e dei persecutori” – a quella dell’uomo
di lettere che, benché abbrutito dal lager, confida nella cultura
per “abbellire qualche ora, stabilire un legame fugace con un
compagno, mantenere viva e sana la mente”, a quella, ancora, del
prigioniero e poi sopravvissuto che, vulnerabile, si misura con i propri
sogni travestiti ora da visione ora da incubo.
Grazie ad una rilettura attenta dei testi di Levi, Federico Bario coglie
tutta la forza, e l’attualità, dell’indagine sui
meccanismi del sistema-lager e, come il suo ispiratore, si sottrae ad
una rappresentazione manichea della realtà; reinterpretando con
originalità diversi stilemi dell’arte tardo-ottocentesca
e novecentesca, traccia con i propri dipinti un ritratto partecipe del
grande testimone torinese, dove l’immagine si fa racconto, gesto
d’amore, elegia.
Marilinda
Rocca