Introduzione alla mostra "L'orma di Levi", 2008

L’attenzione che Federico Bario dedica alla tragedia della Shoah si è concretata in molte forme espressive, dall’interpretazione di testi che testimoniano l’esperienza drammatica di chi questo buio periodo della storia dell’uomo ha vissuto, alla cura di volumi in cui vengono narrate le vicende dell’internamento da parte di alcuni sopravvissuti ai Lager, alla resa attraverso il medium della pittura di quelle emozioni, di quella ripulsa, di quella indignazione che interpellano la coscienza di ognuno di noi. Esse ci obbligano a riflettere sul dolore, sulla sofferenza, sulle atrocità che hanno permeato l’esistenza di milioni di persone che, senza alcuna colpa, si sono trovate in un inferno da cui solo una minima parte di loro ha avuto la possibilità di uscire, provate fisicamente ma soprattutto nell’anima, come magistralmente ci dice Primo Levi nei suoi libri.

“Se anche raccontassimo, non saremmo creduti”, scrive Levi, e ancora oggi, sembra assurdo, c’è chi nega l’esistenza dei campi di sterminio, nega l’annientamento di milioni di innocenti, nega la follia della “Soluzione Finale” messa in atto dal Nazismo. Gli scritti di Levi hanno toccato nel profondo la sensibilità di Federico e l’hanno spinto alla ricerca di una sublimazione di quella tragedia attraverso una interpretazione affidata alla tela, una consonanza che riesce a restituirci, vibrante e possente, tutto il senso di uno fra i più esecrandi delitti che mente umana abbia mai concepito e messo in pratica.
Tenere viva la memoria dei Lager è un compito morale di ciascun uomo libero, perché, come scrisse Levi, ciò che “è avvenuto può accadere di nuovo”. E allora dobbiamo salutare con intima adesione l’iniziativa di Federico Bario che ripropone alla riflessione di ognuno di noi un periodo della storia dell’umanità che, lungi dal dover essere rimosso, va invece continuamente indagato, raccontato alle giovani generazioni.

Le sedici opere che compongono la mostra, e che significativamente hanno come titolo “L’orma di Levi”, ripercorrono la narrazione che lo scrittore ci consegna nei suoi tre volumi di testimonianza e riflessione, e cioè Se questo è un uomo, La tregua e I sommersi e i salvati, una trilogia dolorosa, una Via Crucis che il lettore percorre con Primo Levi, stazione dopo stazione, soffrendo con lui e con tutti coloro accomunati in questo infame progetto di sterminio.
I dipinti di Federico sono anch’essi altrettante stazioni di questa ideale Via Crucis, ogni immagine rimanda a un momento dei libri di Levi, partendo dall’arresto fino ad arrivare agli ultimi dieci giorni di prigionia. Ciascun quadro porta riprodotta in un angolo una pagina del verbale nel quale le alte gerarchie naziste avevano formalizzato la “Soluzione Finale del Problema Ebraico”. Il verbale era stato ratificato a Wansee, presso Berlino, con una delibera del 20 gennaio 1942 quando, in sole due ore, venne deciso lo sterminio totale degli ebrei europei. La presenza inquietante di questo documento, l’unico oggi esistente e ritrovato fra le carte di Adolf Eichmann, assume così la funzione di leit-motiv fra i diversi quadri, un sigillo dal quale non si può prescindere. Infatti, il documento ci induce a riflettere sul diabolico ingranaggio burocratico sotteso a questo progetto di distruzione e di morte, una macchina di spaventosa precisione e tale per cui ciascun carnefice poteva ritenere di non essere responsabile se non per quel segmento che lo riguardava, solo una rotella di quell’ingranaggio di cui, almeno ai livelli intermedi, non era dato sapere il perverso, terrificante funzionamento.

Alcune delle tele di Federico vogliono essere anche un omaggio ad altrettanti grandi pittori del passato, come Van Gogh, Munch, Kandinskij, Klee, Matisse e Bacon. In questa rivisitazione di alcuni protagonisti dell’arte europea sembra quasi di cogliere la volontà, da parte dell’autore, di interpretare il dolore del mondo attraverso il linguaggio di artisti universali, come universale è la tragedia che ha precipitato l’umanità nell’abisso della follia e dell’abiezione morale.
Altre dediche sono per la figlia Giulia, per Enrico, l’amico di una vita da pochi mesi scomparso, per Marilinda e per Fausta Finzi, scampata al Lager, donna forte e coraggiosa, intrepida, che ha affidato a due volumi, curati da Federico e Marilinda, le memorie del suo internamento nel campo di Ravensbrück.

Ogni immagine dipinta da Federico è accompagnata da parole di Levi, tratte dalle sue opere, a partire dal racconto di quel giorno, il 13 dicembre 1943, in cui venne catturato dalla Milizia fascista; ecco poi la descrizione del viaggio verso Auschwitz, su un treno che percorreva “interminabili pinete nere”. La tela corrispondente, dedicata a Munch, ci mostra il binario del treno sul quale erano stipati i deportati, due linee nere che trasmettono un senso di lacerante smarrimento, due rotaie che corrono verso la distruzione e la morte. Altre immagini scorrono sotto i nostri occhi, come quella che ci presenta il campo di Birkenau, una composizione drammatica in cui al centro spicca il campo visto dall’alto in una ripresa aerea intorno al quale si intreccia il filo spinato e, sullo sfondo, il rosso sangue del cielo. Le camere a gas sono il luogo per antonomasia della distruzione, dell’annientamento, il luogo che non riusciamo a separare dall’immagine che ci siamo fatti di quella tragedia, e Federico ce lo presenta attraverso il fumo prodotto dai gas, spirali di morte, gorghi che sembrano risucchiare in un vortice implacabile la vita di milioni di persone.
Spicca fra i dipinti quello dedicato a Van Gogh, che si riferisce al periodo immediatamente successivo alla liberazione dal campo e che ha per titolo “Il risveglio della notte nella foresta del bene e del male”, in cui si stagliano gli edifici di una caserma requisita dai russi, un trionfo di colori vivaci dal rosso al verde al giallo, che sanno trasmetterci l’incanto del segno sfatto del grande pittore olandese.
Così come di bell’effetto è la tela dedicata a La tregua, il libro scritto da Levi quattordici anni dopo Se questo è un uomo, con una maggiore consapevolezza, un libro, come ci dice lui stesso, “più letterario e molto più profondamente elaborato”. Nel quadro, non compare volutamente il documento redatto dai nazisti. Certo l’artista ha voluto sottolineare un momento di sospensione, di pausa in questa Via Crucis. La Tregua infatti rappresentava per Primo Levi il racconto di un periodo unico nella sua vita, avventuroso, picaresco; una tregua, appunto, tra la vita e la morte… Una tela, dedicata al musicista David Krakauer, rimanda alla Lagerorchestra, e si presenta con un deciso cromatismo, evidenziato dalla larga cornice rossa che inquadra il dipinto, al centro del quale campeggia la sagoma di un contrabbasso.

Fra le opere che compongono la mostra voglio soffermarmi in modo particolare su “I sommersi e i salvati”, che evoca il testo filosofico dello scrittore torinese che chiude la trilogia del Lager. Una tela che colpisce per la gradevolezza dei suoi colori e che ci trasmette una immagine festosa che è nel contempo cruda allegoria del destino che segna i sommersi e i salvati. La tela è divisa poco più sopra la metà da un orizzonte oltre il quale campeggia un cielo blu in cui si stagliano i salvati, molto pochi, rappresentati da Stelle di David di acceso colore. Sono i colori che contrassegnavano i vari “gruppi sociali” degli internati, il rosso dei politici, il rosa degli omosessuali, il viola dei Testimoni di Geova e così via. Al di sotto della linea di demarcazione, su un fondo-sfondo color terra, ecco ancora le Stelle di David, in numero ben maggiore, a indicare i sommersi, coloro che sono sprofondati nei gorghi della morte.

E il testimone salvato, Primo Levi, compare in profilo nero nella prima tela, “L’arresto”: lo vediamo stagliarsi contro il bianco accecante di una finestra oltre la quale sfilano plotoni di SS. Ritroviamo lo stesso profilo, questa volta bianco venato d’azzurro, nell’opera “Sogno nr. 2”. Levi è a casa, libero, ma nel sogno che si ripete con cadenza ossessiva si rivede ancora nel campo, e capisce che la sola, vera realtà è per lui ormai e per sempre quella del Lager, una condizione psicologica terribile che gli attanaglierà la mente fino alla tragica conclusione della sua vita.
La penultima composizione ha per titolo “L’Archivio e il testimone”. Troviamo la consueta riproduzione, nell’angolo inferiore sinistro della tela, di una pagina del verbale che formalizzava la “Soluzione Finale” e, su un fondo scuro solcato da macchie color del sangue, molte grandi Stelle di David, ciascuna con la scritta “Jude”, ciascuna vittima dello sterminio. Nell’angolo inferiore destro, invece, riusciamo a intravedere appena la scritta “Se questo è un uomo” tratta dalla prima edizione del libro di Levi. Il quadro che chiude la rassegna, intitolato “Gli ultimi dieci giorni”, ci comunica un senso di desolazione infinita con la baracca sullo sfondo, quella in cui Levi ha trascorso gli ultimi giorni della sua prigionia, in un paesaggio in disfacimento, spettrale, irreale. Ma nell’angolo superiore destro ecco apparire il profilo della Mole Antonelliana, simbolo di Torino, la sua città, quasi un miraggio in questo squallore indicibile, che però stava diventando realtà nella certezza della vicina liberazione.

La drammaticità del racconto pittorico è resa ancora più intensa dalla tecnica usata da Federico, terre e ossidi mescolati con colle, acrilici, collages e olii su base acrilica, colori di forte impatto visivo, che inducono a riflettere, a considerare in tutta la sua abiezione l’abisso di cieca ferocia in cui l’ideologia nazista aveva trascinato l’Europa. E una particolarità della sua tecnica pittorica, altamente significativa in questa galleria dell’orrore che Federico Bario ha percorso con una commozione che mi sembra bello definire sacrale, è il segno spezzato, franto in un magma di linee di colore che restano nella memoria, testimonianza della sua adesione all’espressionismo astratto che qui e là evoca un perduto linguaggio figurativo e assume il valore di un grido lacerante e ossessivo, l’urlo di milioni di vittime risucchiate in quel vortice di fumo e di gas così compiutamente reso nell’opera “Il gas di Birkenau”.

Federico ci invita a meditare, con Primo Levi, su quanto è avvenuto in quegli anni lontani, a non rimuovere, a tenere accesa la fiaccola della memoria consegnandola alle generazioni che verranno, perché ciò che è accaduto “può accadere di nuovo”.

Gianfranco Scotti