Introduzione alla mostra "L'orma di Levi", 2008 L’attenzione che Federico Bario dedica alla tragedia della Shoah si è concretata in molte forme espressive, dall’interpretazione di testi che testimoniano l’esperienza drammatica di chi questo buio periodo della storia dell’uomo ha vissuto, alla cura di volumi in cui vengono narrate le vicende dell’internamento da parte di alcuni sopravvissuti ai Lager, alla resa attraverso il medium della pittura di quelle emozioni, di quella ripulsa, di quella indignazione che interpellano la coscienza di ognuno di noi. Esse ci obbligano a riflettere sul dolore, sulla sofferenza, sulle atrocità che hanno permeato l’esistenza di milioni di persone che, senza alcuna colpa, si sono trovate in un inferno da cui solo una minima parte di loro ha avuto la possibilità di uscire, provate fisicamente ma soprattutto nell’anima, come magistralmente ci dice Primo Levi nei suoi libri. “Se
anche raccontassimo, non saremmo creduti”, scrive Levi, e ancora
oggi, sembra assurdo, c’è chi nega l’esistenza dei
campi di sterminio, nega l’annientamento di milioni di innocenti,
nega la follia della “Soluzione Finale” messa in atto dal
Nazismo. Gli scritti di Levi hanno toccato nel profondo la sensibilità
di Federico e l’hanno spinto alla ricerca di una sublimazione
di quella tragedia attraverso una interpretazione affidata alla tela,
una consonanza che riesce a restituirci, vibrante e possente, tutto
il senso di uno fra i più esecrandi delitti che mente umana abbia
mai concepito e messo in pratica. Le
sedici opere che compongono la mostra, e che significativamente hanno
come titolo “L’orma di Levi”, ripercorrono la narrazione
che lo scrittore ci consegna nei suoi tre volumi di testimonianza e
riflessione, e cioè Se questo è un uomo, La tregua e I
sommersi e i salvati, una trilogia dolorosa, una Via Crucis che il lettore
percorre con Primo Levi, stazione dopo stazione, soffrendo con lui e
con tutti coloro accomunati in questo infame progetto di sterminio. Ogni
immagine dipinta da Federico è accompagnata da parole di Levi,
tratte dalle sue opere, a partire dal racconto di quel giorno, il 13
dicembre 1943, in cui venne catturato dalla Milizia fascista; ecco poi
la descrizione del viaggio verso Auschwitz, su un treno che percorreva
“interminabili pinete nere”. La tela corrispondente, dedicata
a Munch, ci mostra il binario del treno sul quale erano stipati i deportati,
due linee nere che trasmettono un senso di lacerante smarrimento, due
rotaie che corrono verso la distruzione e la morte. Altre immagini scorrono
sotto i nostri occhi, come quella che ci presenta il campo di Birkenau,
una composizione drammatica in cui al centro spicca il campo visto dall’alto
in una ripresa aerea intorno al quale si intreccia il filo spinato e,
sullo sfondo, il rosso sangue del cielo. Le camere a gas sono il luogo
per antonomasia della distruzione, dell’annientamento, il luogo
che non riusciamo a separare dall’immagine che ci siamo fatti
di quella tragedia, e Federico ce lo presenta attraverso il fumo prodotto
dai gas, spirali di morte, gorghi che sembrano risucchiare in un vortice
implacabile la vita di milioni di persone. Fra le opere che compongono la mostra voglio soffermarmi in modo particolare su “I sommersi e i salvati”, che evoca il testo filosofico dello scrittore torinese che chiude la trilogia del Lager. Una tela che colpisce per la gradevolezza dei suoi colori e che ci trasmette una immagine festosa che è nel contempo cruda allegoria del destino che segna i sommersi e i salvati. La tela è divisa poco più sopra la metà da un orizzonte oltre il quale campeggia un cielo blu in cui si stagliano i salvati, molto pochi, rappresentati da Stelle di David di acceso colore. Sono i colori che contrassegnavano i vari “gruppi sociali” degli internati, il rosso dei politici, il rosa degli omosessuali, il viola dei Testimoni di Geova e così via. Al di sotto della linea di demarcazione, su un fondo-sfondo color terra, ecco ancora le Stelle di David, in numero ben maggiore, a indicare i sommersi, coloro che sono sprofondati nei gorghi della morte. E
il testimone salvato, Primo Levi, compare in profilo nero nella prima
tela, “L’arresto”: lo vediamo stagliarsi contro il
bianco accecante di una finestra oltre la quale sfilano plotoni di SS.
Ritroviamo lo stesso profilo, questa volta bianco venato d’azzurro,
nell’opera “Sogno nr. 2”. Levi è a casa, libero,
ma nel sogno che si ripete con cadenza ossessiva si rivede ancora nel
campo, e capisce che la sola, vera realtà è per lui ormai
e per sempre quella del Lager, una condizione psicologica terribile
che gli attanaglierà la mente fino alla tragica conclusione della
sua vita. La drammaticità del racconto pittorico è resa ancora più intensa dalla tecnica usata da Federico, terre e ossidi mescolati con colle, acrilici, collages e olii su base acrilica, colori di forte impatto visivo, che inducono a riflettere, a considerare in tutta la sua abiezione l’abisso di cieca ferocia in cui l’ideologia nazista aveva trascinato l’Europa. E una particolarità della sua tecnica pittorica, altamente significativa in questa galleria dell’orrore che Federico Bario ha percorso con una commozione che mi sembra bello definire sacrale, è il segno spezzato, franto in un magma di linee di colore che restano nella memoria, testimonianza della sua adesione all’espressionismo astratto che qui e là evoca un perduto linguaggio figurativo e assume il valore di un grido lacerante e ossessivo, l’urlo di milioni di vittime risucchiate in quel vortice di fumo e di gas così compiutamente reso nell’opera “Il gas di Birkenau”. Federico ci invita a meditare, con Primo Levi, su quanto è avvenuto in quegli anni lontani, a non rimuovere, a tenere accesa la fiaccola della memoria consegnandola alle generazioni che verranno, perché ciò che è accaduto “può accadere di nuovo”. Gianfranco Scotti |