"L'ORMA DI LEVI"

la pittura di Federico Bario sui testi Se questo è un uomo, La tregua, I sommersi e i salvati
di Primo Levi, dedicata all’amica Fausta Finzi e alla sua preziosa testimonianza.


di Federico Bario

in collaborazione con il Museo Statale di Auschwitz - Birkenau


 
 

- L'ARRESTO
(50x70 cm) - a Fausta Finzi

"Ero stato catturato dalla Milizia
fascista il 13 dicembre 1943.
Avevo ventiquattro anni, poco senno,
nessuna esperienza, e una decisa
propensione, favorita dal regime di
segregazione a cui da quattro anni le
leggi razziali mi avevano ridotto,
a vivere in un mio mondo
scarsamente reale, popolato
da civili fantasmi cartesiani, da
sincere amicizie maschili e da
amicizie femminili esangui.
Coltivavo un moderato e astratto
senso di ribellione."

 


- IL VIAGGIO
(50x70 cm) - a Edvard Munch

"(…) Gli sportelli erano stati chiusi subito, ma il treno non si mosse che
a sera. Avevamo appreso con sollievo la nostra destinazione. Auschwitz: un
nome privo di significato, allora per noi; ma doveva pur corrispondere a
un luogo di questa terra.
Il treno viaggiava lentamente, con lunghe soste snervanti.
(…) Passammo il Brennero alle dodici del secondo giorno, e tutti si alzarono in piedi, ma nessuno disse una parola.
(…) Soffrivamo per la sete e il freddo: a tutte le fermate chiedevamo acqua
a gran voce, o almeno un pugno di neve, ma raramente fummo uditi.
(…) Alla fine del quarto giorno il freddo si fece intenso: il treno
percorreva interminabili pinete nere, salendo in modo percettibile. La neve
era alta. Doveva essere una linea secondaria, le stazioni erano piccole e quasi
deserte. Nessuno tentava più, durante le soste, di comunicare col mondo
esterno: ci sentivamo ormai “dall’altra parte”. Vi fu una lunga sosta
in aperta campagna, poi la marcia riprese con estrema lentezza, e il
convoglio si arrestò definitivamente, a notte alta, in mezzo a una pianura
buia e silenziosa."


- IL CAMPO
(70x50 cm) - a John Zorn

"(…) Poi l’autocarro si è fermato. E si è vista una grande
porta, e sopra una scritta vivamente illuminata (il suo
ricordo ancora mi percuote nei sogni): ARBEIT MACHT
FREI, il lavoro rende liberi.
Siamo scesi, ci hanno fatto entrare in una camera vasta
e nuda, debolmente riscaldata. Che sete abbiamo!
Il debole fruscio nell’acqua dei radiatori ci rende feroci:
sono quattro giorni che non beviamo. Eppure c’è un
rubinetto: sopra un cartello, che dice che è proibito bere
perché l’acqua è inquinata. Sciocchezze, a me pare ovvio
che il cartello è una beffa, “essi” sanno che noi moriamo
di sete, e ci mettono in una camera, e c’è un rubinetto, e
Wassertrinken verboten. Io bevo , e incito i compagni a farlo; ma devo sputare, l’acqua è tiepida e dolciastra, ha odore di palude.
Questo è l’inferno. Oggi, ai nostri giorni, l’inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi
stare in piedi, e c’è un rubinetto che gocciola e l’acqua non si può bere, e noi aspettiamo qualcosa di
certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente. Come pensare? Non si può
pensare, è come essere già morti. Qualcuno siede per terra: Il tempo passa goccia a goccia.
(…) noi siamo a Monowitz, vicino ad Auschwitz, in Alta Slesia: una regione abitata promiscuamente da tedeschi e polacchi.
Questo campo è un campo di lavoro, in tedesco si dice Arbeitlager; tutti i prigionieri
(sono circa diecimila) lavorano ad una fabbrica di gomma che si chiama Buna, perciò il campo stesso
si chiama Buna".


- UN LAVORO FATTO BENE
(70x50 cm) - a Enrico Valsecchi

"(…) Per quanto mi riguarda sono ben
consapevole che dopo il Lager il lavoro, anzi,
i miei due lavori (la chimica e lo scrivere)
hanno avuto, e tuttora hanno, un’importanza
fondamentale nella mia vita. Sono convinto
che l’uomo normale è biologicamente costruito
per un’attività diretta ad un fine, e che l’ozio,
o il lavoro senza scopo (come l’Arbeit di
Auschwitz) provoca sofferenza e atrofia.
Nel mio caso (…) il lavoro si identifica con il
problem solving, il risolvere i problemi.
Ma ad Auschwitz ho notato spesso un
fenomeno curioso: il bisogno del “lavoro ben
fatto” è talmente radicato da spingere a far
bene anche il lavoro imposto, schiavistico.
Il muratore italiano che mi ha salvato la vita,
portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i tedeschi, il loro cibo, la loro lingua,
la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per
obbedienza ma per dignità professionale."


- IL GAS DI BIRKENAU
(80x60 cm) - a Marilinda Rocca

"Adesso ciascuno sta grattando attentamente col
cucchiaio il fondo della gamella per ricavarne le
ultime briciole di zuppa, e ne nasce un tramestio
metallico sonoro il quale vuol dire che la giornata
è finita.
A poco a poco prevale il silenzio, e allora, dalla mia
cuccetta che è al terzo piano, si vede e si sente che
il vecchio Kuhn prega, ad alta voce, col berretto in
testa e dondolando il busto con violenza.
Kuhn ringrazia Dio perché non è stato scelto.
Kuhn è un insensato. Non vede, nella cuccetta
accanto, Beppo il greco che ha vent’anni, e
dopodomani andrà in gas, e lo sa, e se ne sta sdraiato e guarda fisso la lampadina senza dire
niente? Non sa Kuhn che è accaduto oggi un abominio che nessuna preghiera propiziatoria,
nessun perdono, nessuna espiazione dei colpevoli, nulla insomma che sia in potere dell’uomo di fare,
potrà risanare mai più?
Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Kuhn.
(…) Il mese scorso, uno dei crematori di Birkenau è stato fatto saltare. Nessuno di noi sa (e forse
nessuno saprà mai) come esattamente l’impresa sia stata compiuta: si parla del Sonderkommando,
del Kommando Speciale addetto alle camere a gas e ai forni, che viene esso stesso
periodicamente sterminato, e che viene tenuto scrupolosamente segregato dal resto del campo.
Resta il fatto che a Birkenau qualche centinaio di uomini, di schiavi inermi e spossati come noi,
hanno trovato in se stessi la forza di agire, di maturare i frutti del loro odio".



- IL RISVEGLIO DELLA NOTTE NELLA FORESTA DEL BENE E DEL MALE
(100x70 cm) - a Vincent Van Gogh

"(…) Partimmo, e durante il percorso scoprimmo
con gioia che uno dei passeggeri saliti nel
frattempo era un militare francese. Ci spiegò che
era ospitato in un antico convento, davanti al
quale il nostro tram sarebbe passato tra poco; alla
fermata successiva, avremmo trovato una caserma
requisita dai russi e piena di militari italiani. Il mio
cuore esultava: avevo trovato una casa.
(…) All’interno della caserma regnava la più
sontuosa abbondanza: c’erano stufe accese,
candele e lampade a carburo, da mangiare e da
bere, e paglia per dormire. Gli italiani erano
sistemati in dieci-dodici per camerata, ma noi a
Monowitz eravamo in due per metro cubo.
Avevano indosso buoni indumenti militari, giacche
imbottite, molti portavano l’orologio al polso, tutti
avevano i capelli lucidi di brillantina; erano chiassosi, allegri e gentili, e ci colmarono di
cortesie.
(…) A notte alta, saltò fuori non so da dove nulla meno che un fiasco di vino. Fu il colpo di grazia:
per me tutto naufragò celestialmente in una calda nebbia purpurea, e riuscii a stento a trascinarmi
carponi fino alla lettiera di paglia che gli italiani, con cura materna, avevano preparato in un angolo
per il greco e me".


- SOGNO NR. 1
(80x40 cm) - a Henri Matisse

"(…) Qui c’è mia sorella, e qualche mio amico non precisato, e
molta altra gente. Tutti mi stanno ascoltando, e io sto raccontando
proprio questo: il fischio su tre note, il letto duro, il
mio vicino che io vorrei spostare, ma ho paura di svegliarlo
perché è più forte di me. Racconto anche diffusamente della
nostra fame, e del controllo dei pidocchi, e del Kapo che mi
ha percosso sul naso e poi mi ha mandato a lavarmi perché
sanguinavo. E’ un godimento intenso, fisico, inesprimibile,
essere nella mia casa, fra persone amiche, e avere tante cose
da raccontare: ma non posso non accorgermi che i miei
ascoltatori non mi seguono. Anzi, essi sono del tutto
indifferenti: parlano confusamente d’altro tra loro,
come se io non ci fossi.
Mia sorella mi guarda, si alza e se ne va senza far parola.
Allora nasce in me una pena desolata, come certi dolori
appena ricordati della prima infanzia: è dolore allo stato puro,
non temperato dal senso della realtà e dalla intrusione di circostanze estranee, simile a quelli per cui i bambini piangono; ed è meglio per me risalire ancora una volta in superficie, ma questa volta apro deliberatamente gli occhi, per avere di fronte a me stesso una garanzia di essere
effettivamente sveglio.
Il sogno mi sta davanti, ancora caldo, e io, benché sveglio, sono tutt’ora pieno della sua angoscia: e allora mi ricordo che questo non è un sogno qualunque, ma che da quando sono
qui l’ho già sognato, non una ma molte volte, con poche variazioni d’ambiente di particolari. Ora sono in piena lucidità, e mi rammento anche di averlo già raccontato ad Alberto, e
che lui mi ha confidato, con mia meraviglia, che questo è anche il suo sogno, e il sogno di molti altri, forse di tutti.
Perché questo avviene? Perché il dolore di tutti i giorni si traduce nei nostri sogni così costantemente, nella scena sempre ripetuta della narrazione fatta e non ascoltata?"


- CONSIDERATE LA VOSTRA SEMENZA: FATTI NON FOSTE A VIVER COME BRUTI, MA PER SEGUIR VIRTUTE E CANOSCENZA
(80x80 cm) - a Philip Roth

"…Quando mi apparve una montagna, bruna
Per la distanza, e parsemi alta tanto
Che mai veduta non ne avevo alcuna.


Sì, sì, “alta tanto”, non “molto alta”, proposizione consecutiva: e le montagne, quando si vedono di lontano…le montagne…Oh Pikolo, Pikolo, di’ qualcosa, parla,
non lasciarmi pensare alle mie montagne, che comparivano nel bruno della sera quando tornavo in treno da Milano a Torino!
Basta, bisogna proseguire, queste sono cose che si pensavo ma non si dicono: Pikolo attende e mi guarda.
Darei la zuppa di oggi per saper saldare “non ne avevo alcuna” col finale. Mi sforzo di ricostruire per mezzo delle rime, chiudo gli occhi, mi mordo le dita: ma non serve, il resto è silenzio.
Mi danzano per il capo altri versi: ”…la terra lacrimosa diede
vento…” no, è un’altra cosa. E’ tardi, è tardi, siamo arrivati alla cucina, bisogna concludere:

Tre volte il fe’ girar con tutte l’acque,
Alla quarta levar la poppa in suso
E la prora ire in giù, come altrui piacque…

Trattengo Pikolo, è assolutamente necessario e urgente che ascolti, che comprenda
questo “come altrui piacque” prima che sia troppo tardi, domani lui o io possiamo
essere morti, o non vederci mai più, devo dirgli, spiegargli del Medioevo, del così
umano e necessario e pure inaspettato anacronismo, e altro ancora, qualcosa di
gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il
perché del nostro destino, del nostro essere qui…
Siamo ormai nella fila per la zuppa, in mezzo alla folla sordida e sbrindellata dei
porta-zuppa degli altri Kommandos. I nuovi giunti ci si accalcano alle spalle.
Kraut und Ruben? – Kraut und Ruben -. Si annunzia ufficialmente che oggi la
zuppa è di cavoli e rape: -Choux et navets. – Kaposzta és répak.

Infin che ‘l mar fu sopra noi richiuso".


- LA TREGUA
(80x60 cm) - a Giulia Bario

Una parentesi di disponibilità illimitata, un provvidenziale ma irripetibile regalo del destino.

"Un amico (…) mi ha detto molti anni fa: “I tuoi ricordi di prima di Auschwitz e del viaggio di ritorno sono in
Technicolor”. Aveva ragione. La famiglia, la casa e la fabbrica sono cose buone in sé, ma mi hanno privato di
qualcosa di cui ancora oggi sento la mancanza, cioè dell’avventura. Il mio destino ha voluto che io trovassi
l’avventura proprio in mezzo al disordine dell’Europa devastata dalla guerra.
(…) La tregua è stato scritto quattordici anni dopo Se questo è un uomo; ma è un libro più consapevole, più letterario, e molto più profondamente elaborato, anche come linguaggio. Racconta cose vere. Ma filtrate. E’ stato preceduto da innumerevoli versioni verbali: intendo dire, ogni avventura era stata da me raccontata molte volte,
a persone di cultura diversa (spesso a ragazzi delle scuole medie), e aggiustata a poco a poco in modo da
provocare le reazioni più favorevoli. Quando Se questo è un uomo ha incominciato ad avere successo, e io ho incominciato a intravedere per me un futuro come scrittore, mi sono accinto alla stesura.
Volevo divertirmi scrivendo, e divertire i miei futuri lettori; perciò ho dato enfasi agli episodi più strani, più esotici, più allegri: soprattutto, ai russi visti da vicino. Ho relegato all’inizio e alla fine del libro i tratti di lutto e di disperazione inconsolabile".

Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
Tornare; mangiare; raccontare.
Finché suonava breve e sommesso
Il comando dell’alba:
“Wstawac’”
E si spezzava in petto il cuore

Ora abbiamo ritrovato la casa,
Il nostro ventre è sazio,
Abbiamo finito di raccontare.
E’ tempo. Presto udremo ancora
Il comando straniero:
“Wstawac’”


- AL LAVORO. LA LAGERORCHESTRA SUONA "ROSAMUNDA"
(100x100 cm) - a David Krakauer

Una fanfara incomincia a suonare,
accanto alla porta del campo: suona
Rosamunda, la ben nota canzone
sentimentale, e questo ci appare
talmente strano che ci guardiamo l’un
l’altro sogghignando; nasce in noi
un’ombra di sollievo, forse tutte queste
cerimonie non costituiscono che una
colossale buffonata di gusto teutonico.
Ma la fanfara, finita Rosamunda,
continua a suonare altre marce, una
dopo l’altra, ed ecco apparire i drappelli
dei nostri compagni, che ritornano dal
lavoro. Camminano in colonna per
cinque: camminano con un’andatura
strana, innaturale, dura, coma fantocci
rigidi fatti solo di ossa: ma camminano seguendo scrupolosamente il tempo della fanfara.


- LA ZONA GRIGIA
(100x100 cm) - a Hannah Arendt

"L’ascesa dei privilegiati, non solo in Lager ma in tutte le convivenze umane, è un fenomeno angosciante ma immancabile: essi sono assenti solo nelle utopie. (…) Dove esiste un potere esercitato da pochi, o da uno solo, contro i molti, il privilegio nasce e prolifera, anche contro il volere del potere stesso; ma è normale che il potere, invece, lo tolleri e lo incoraggi.
Limitiamoci al Lager, che però (anche nella sua versione sovietica) può ben servire da “laboratorio”: la classe ibrida dei prigionieri-funzionari ne costituisce l’ossatura, ed insieme il lineamento più inquietante.
E’ una zona grigia, dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Possiede una struttura interna incredibilmente complicata, ed alberga in sé quanto basta per confondere il nostro bisogno di giudicare.
La zona grigia della “protekcja” e della collaborazione nasce da radici molteplici. In primo luogo l’area del potere, quanto più è ristretta, tanto più ha bisogno di ausiliari esterni; il nazismo negli ultimi anni non ne poteva fare a meno, risoluto com’era a mantenere il suo ordine all’interno dell’Europa sottomessa, e ad alimentare i fronti di guerra dissanguati dalla crescente resistenza militare degli avversari. Era indispensabile attingere dai paesi occupati non solo mano d’opera, ma anche forze d’ordine, delegati ed amministratori del potere tedesco ormai impegnato altrove fino all’esaurimento. (…) ma i collaboratori che provengono dal campo avversario (…) non basta
relegarli in compiti marginali; il modo migliore di legarli è caricarli di colpe, insanguinarli,
comprometterli quanto più possibile: così avranno contratto coi mandanti il vincolo della correità,
e non potranno più tornare indietro.
In secondo luogo (…) quanto è più dura l’oppressione, tanto più è diffusa tra gli oppressi la
disponibilità a collaborare col potere. (…) Questa disponibilità è variegata da infinite sfumature e
motivazioni: terrore, adescamento ideologico, imitazione pedissequa del vincitore, voglia miope di
un qualsiasi potere, anche ridicolmente circoscritto nello spazio e nel tempo, viltà, fino a lucido
calcolo inteso a eludere gli ordini e l’ordine imposto. Tutti questi motivi, singolarmente o fra loro
combinati, sono stati operanti nel dare origine a questa fascia grigia, i cui componenti, nei
confronti dei non privilegiati, erano accomunati dalla volontà di conservare e consolidare il loro privilegio".


- I SOMMERSI E I SALVATI
(100x100 cm) - a Vasilij Kandinskij

"Rimane vero che, in Lager e fuori, esistono persone grige, ambigue, pronte al compromesso. La tensione estrema del Lager tende ad accrescerne la schiera; esse posseggono in proprio una quota (tanto più rilevante quanto maggiore era la loro libertà di scelta) di colpa, ed oltre a questa sono i vettori e gli strumenti della colpa del sistema. Rimane vero che la maggior parte degli oppressori, durante o (più spesso) dopo le loro azioni, si sono resi conto che quanto facevano o avevano fatto era iniquo, hanno magari provato dubbi o disagio od anche sono stati puniti; ma queste loro sofferenze non bastano ad arruolarli tra le vittime.
Allo stesso modo, non bastano gli errori e i cedimenti dei prigionieri per allinearli con i loro custodi: i prigionieri del Lager, centinaia di migliaia di persone di tutte le classi sociali, di quasi tutti i paesi d’Europa, rappresentavano un campione medio, non selezionato, di umanità: anche se non si volesse tener conto dell’ambiente infernale in cui erano stati bruscamente precipitati, è illogico pretendere da loro, ed è retorico e falso sostenere che abbiano sempre e tutti seguito, il comportamento che ci si aspetta dai santi e dai filosofi stoici. In realtà, nell’enorme maggioranza dei casi, il loro
comportamento è stato ferramente obbligato: nel giro di poche settimane
o mesi, le privazioni a cui erano sottoposti li hanno condotti ad una condizione di pura sopravvivenza, di lotta quotidiana contro la fame, il freddo, la stanchezza, le percosse, in cui lo spazio per le scelte (in specie,
per le scelte morali) era ridotto a nulla; fra questi pochissimi hanno sopravvissuto alla prova, grazie alla somma di molti eventi improbabili: sono insomma stati salvati dalla fortuna, e non ha molto senso cercare tra
i loro destini qualcosa di comune, al di fuori della buona salute iniziale.
(…) Potrei essere vivo al posto di un altro, a spese di un altro; potrei aver
soppiantato, cioè di fatto ucciso. I “salvati” del Lager non erano i migliori, i
predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario; sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della “zona
grigia”, le spie. Non era una regola certa (non c’erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato tra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una
giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti".


- SOGNO NR. 2
(80x40 cm) - a Paul Klee

"Giunsi a Torino il 19 ottobre, dopo trentacinque giorni di
viaggio: la casa era in piedi, tutti i familiari vivi, nessuno mi
aspettava. Ero gonfio, barbuto e lacero, e stentai a farmi
riconoscere. Ritrovai gli amici pieni di vita, il calore della
mensa sicura, la concretezza del lavoro quotidiano, la gioia
liberatrice del raccontare. Ritrovai un letto largo e pulito, che
a sera (attimo di terrore) cedette morbido sotto il mio peso.
Ma solo dopo molti mesi svanì in me l’abitudine di
camminare con lo sguardo fisso al suolo, come per cercarvi qualcosa da mangiare o da intascare presto e vendere per pane; e non ha cessato di visitarmi, ad intervalli ora fitti, ora radi, un sogno pieno di spavento.
E’ un sogno entro un altro sogno, vario nei particolari, unico nella sostanza. Sono a tavola con la famiglia, o con gli amici, o al lavoro, o in una campagna verde: in un ambiente insomma placido e disteso, apparentemente privo di tensione e di pena; eppure provo un’angoscia sottile e profonda, la sensazione definita di una minaccia che incombe. E infatti, al procedere del sogno, a poco a poco o brutalmente, ogni volta in modo diverso, tutto cade e si disfa intorno a me, lo scenario, le pareti, le persone, e l’angoscia si
fa più intensa e più precisa. Tutto è ora volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo:
sono di nuovo in Lager, e nulla era vero all’infuori del Lager.
Il resto era breve vacanza o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa. Ora questo sogno interno, il sogno di pace, è finito, e nel sogno esterno, che prosegue gelido, odo risuonare una voce, ben nota; una sola parola, non imperiosa, anzi breve e sommessa. E’ il comando dell’alba in Auschwitz, una parola straniera, temuta e attesa: alzarsi, “Wstawac’”.


- IL MUSULMANO
(100x70 cm) - a Francis Bacon

"Nella storia e nella vita pare talvolta di discernere una legge feroce, che
suona “a chi ha, sarà dato; a chi non ha, a quello sarà tolto”. Nel Lager,
dove l’uomo è solo e la lotta per la vita si riduce al suo meccanismo
primordiale, la legge iniqua è apertamente in vigore, è riconosciuta da
tutti. Con gli adatti, con gli individui forti e astuti, i capi stessi
mantengono volentieri contatti, talora quasi camerateschi, perché
sperano di poterne trarre forse più tardi qualche utilità. Ma ai
musulmani, agli uomini in dissolvimento, non vale la pena di rivolgere
la parola, poiché già si sa che si lamenterebbero, e racconterebbero
quello che mangiavano a casa loro. Tanto meno vale la pena di farsene
degli amici, perché non hanno in campo conoscenze illustri, non
mangiano niente extrarazione, non lavorano in Kommandos vantaggiosi
e non conoscono nessun modo segreto di organizzare. E infine
si sa che sono qui di passaggio, e fra qualche settimana non ne rimarrà
che un pugno di cenere in qualche campo non lontano, e su un
registro un numero di matricola spuntato. Benché inglobati e trascinati
senza requie dalla folla innumerevole dei loro consimili, essi soffrono e
si trascinano in una opaca intima solitudine, e in solitudine muoiono o scompaiono, senza lasciar traccia nella memoria di nessuno.
(…) Entrati in campo, per loro essenziale incapacità, o per sventura, o
per qualsiasi banale incidente, sono stati sopraffatti prima di aver potuto adeguarsi; sono battuti sul tempo, non cominciano a imparare il tedesco e a discernere qualcosa nell’infernale groviglio di leggi e di
divieti, che quando il loro corpo è già in sfacelo. (…) La loro vita è breve ma il loro numero è sterminato; sono loro, i Muselmänner, i sommersi, il nerbo del campo; loro, la massa anonima, continuamente rinnovata e
sempre identica, dei non uomini che marciano e faticano in silenzio, spenta la loro scintilla divina, già troppo vuoti per soffrire veramente.
Si esita a chiamar morte la loro morte, davanti a cui essi non temono perché sono troppo stanchi per comprenderla.
Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla
fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero".


- L'ARCHIVIO E IL TESTIMONE
(70x50 cm) - alla memoria degli oltre sei milioni di ebrei sterminati

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.


- GLI ULTIMI DIECI GIORNI
(100x100 cm) - a Claude Lanzmann

"Gia da molti mesi ormai si sentiva a intervalli il rombo dei cannoni russi, quando l’11 gennaio 1945,
mi ammalai di scarlattina e fui nuovamente ricoverato in Ka-Be. “Infektionsabteilung”: vale a dire in una cameretta, per verità assai pulita, con dieci cuccette su due piani; un armadio; tre sgabelli, e
la seggetta col secchio per i bisogni corporali: il tutto in tre metri per cinque.
(…) Passai quattro giorni tranquilli. Fuori nevicava e faceva molto freddo, ma la baracca era riscaldata.
(…) Poi cominciò il bombardamento. (…) Si sentirono vetri rovinare, la baracca oscillò, cadde a terra il cucchiaio che tenevo infisso in una commessura della parete di legno. (…) Dopo pochi minuti fu evidente che il campo era stato colpito (…) I tedeschi non c’erano più: le torrette erano vuote.
(…) Oggi io penso che, se non altro per il fatto che un Auschwitz è esistito, nessuno dovrebbe parlare di Provvidenza: ma è certo che in quell’ora il ricordo dei salvamenti biblici nelle avversità estreme passò come un vento per tutti gli animi.
(…) Uscimmo nel vento di una gelida giornata di nebbia, malamente avvolti in coperte.
Quello che vedemmo non assomigliava a nessuno spettacolo che io abbia mai visto né sentito descrivere.
Il Lager, appena morto, appariva già decomposto. Niente più acqua ed elettricità: finestre e porte
sfondate sbattevano nel vento, stridevano le lamiere sconnesse dei tetti, e le ceneri dell’incendio
volavano alto e lontano. All’opera delle bombe si aggiungeva l’opera degli uomini: cenciosi,
scheletrici, i malati in grado di muoversi si trascinavano per ogni dove, come un’invasione di vermi,
sul terreno indurito dal gelo. Avevano rovistato tutte le baracche vuote in cerca di alimenti e di
legna; avevano violato con furia insensata le camere degli odiati Blockälteste, grottescamente
adorne, precluse sino al giorno prima ai comune Häftlinge; non più padroni dei propri visceri,
avevano insozzato dovunque, inquinando la preziosa neve, unica sorgente d’acqua ormai per
l’intero campo.
(…) Quando fu riparata la finestra sfondata, e la stufa cominciò a diffondere calore, parve che in
ognuno qualcosa si distendesse, e allora avvenne che Towarowski (un franco-polacco di ventitre
anni, tifoso) propose agli altri malati di offrire ciascuno una fetta di pane a noi tre che lavoravamo,
e la cosa fu accettata.
Soltanto un giorno prima un simile avvenimento non sarebbe stato concepibile. La legge del Lager
diceva: “mangia il tuo pane, e, se puoi, quello del tuo vicino”, e non lasciava posto per la
gratitudine. Voleva ben dire che il Lager era morto.
Fu quello il primo gesto umano che avvenne fra noi. Credo che si potrebbe fissare a quel momento
l’inizio del processo per cui, noi che non siamo morti, da Häftlinge siamo lentamente ridiventati
uomini".



- L’ORMA DI LEVI - Calolziocorte (LC), 2008 -

- L’ORMA DI LEVI - Calolziocorte (LC), 2008 -

- L’ORMA DI LEVI - Calolziocorte (LC), 2008 -

- L’ORMA DI LEVI - Calolziocorte (LC), 2008 -

- L’ORMA DI LEVI - Calolziocorte (LC), 2008 -

- L’ORMA DI LEVI - Calolziocorte (LC), 2008 -



Federico Bario - al circo, 1963


Federico Bario - al Ghetto di Venezia, 2004

Introduzione alla mostra

di Gianfranco Scotti


L'orma di Levi

di Marilinda Rocca