Bellano, Sabato 11 febbraio 2006

''IL CANTO DI ISACCO'' PER NON DIMENTICARE


Per almeno un'ora un centinaio di bellanesi si è fermato a pensare. A pensare ma soprattutto a vivere, quasi in presa diretta, il dramma dell'olocausto, dello sterminio sistematico del popolo ebreo da parte dei nazisti. E tutto questo nello stupendo spettacolo "Il Canto di Isacco", messo in scena al nuovo cinema - teatro di Bellano, da Federico Bario (voce narrante), Mirella Morelli (voce narrante e canto) con la musica di Giovanni Ripamonti (tastiere), Luigi Crippa (contrabbasso) e di Mauro Gnecchi (percussioni)...

Riduttivo però dire di uno spettacolo perché ciò che ha proposto Federico Bario e il gruppo, è stato qualcosa di più. E' stata narrazione ma soprattutto trasmissione di sensazioni forti, di denuncia di una strage meticolosa che non va dimenticata, che deve rimanere nella memoria collettiva.
E' stato un momento quasi rituale di indignazione e soprattutto di incomprensione di perché e di come tutto ciò abbia potuto accadere. Se la parte musicale è andata ben oltre il ruolo di semplice cornice sonora, grazie alla professionalità e coinvolgimento dei musicisti ed alle canzoni proposte con totale identificazione in esse di Mirella Morelli, la narrazione di Federico Bario è stata di straordinaria efficacia: ha trasmesso dolore, rabbia, interrogativi sul "perché" di tanta atrocità.
D'altra parte il testo era liberamente tratto da «Il Canto del Popolo Ebreo Massacrato» di Yitzhak Katsenelson, composto nel ghetto di Varsavia dall'autore dove si trovava in compagnia del figlioletto, mentre la moglie e gli altri due figli erano già stati deportati e gassati ad Auschwitz; lui stesso e il figlio, furono poi presi e subirono nel '44 la stessa atroce sorte. Insegnante, poeta e poeta del ghetto, riuscì a far avere lo scritto ad un amico che lo custodì a Francoforte per anni, lo consegnò poi allo Stato di Israele dove venne pubblicato negli anni settanta.
E "Il Canto di Isacco" proposto da Bario per un'ora ha letteralmente colpito al cuore il pubblico, in uno scenario dove poco era lasciato alla luce per consentire alle parole ed alla musica di entrarti nel profondo con forza dirompente, senza mediazioni od orpelli. Si è raccontato di «vagoni affamati di ebrei» impegnati a spalancare le loro immense ed oscure fauci per inghiottire e "traghettare" verso la morte uomini, donne, bambini secondo una logica senza logica se non legata ad una pura, lucida follia.
Una narrazione dell'orrore nella sua accezione più pura dove Federico Bario e i suoi "compagni di viaggio", appropriandosi del testo di Katzenelson, hanno costretto il pubblico a ricordare, ad impegnarsi affinché questa indignazione si trasmetta di generazione, in generazione. Tutto questo attraverso un poetico "Il canto di Isacco", appunto, che vede lo svuotarsi per morte dell'immenso ghetto di Varsavia, cantato dal suo poeta più appassionato e visionario, sovente profetico. Di grandissimo impatto il decimo e ultimo momento della narrazione titolato «Ai Cieli». Cieli «stupidi e vuoti - ha narrato Bario - voi non avete un Dio nel vostro grembo. Aprite le porte, oh Cieli! Spalancatele! E lasciate entrare tutti i bambini del mio popolo massacrato, aprite le porte per questa grande ascesa: tutto un Popolo crocefisso sale lassù, e ciascuno dei miei bambini massacrati può prendere il posto di un Dio. Oh Cieli vuoti, vuoti come un deserto immenso.
Rallegratevi! Eravate poveri e ora siete ricchi. E di quale stirpe benedetta, tutto un Popolo! Che fortuna avete, oh Cieli! Rallegratevi dei tedeschi di quaggiù, e che i tedeschi si rallegrino di voi, lassù, e che una fiamma sorga dalla terra per divorare i cieli, e che un fuoco celeste discenda sulla terra per annientarla».

Dopo un attimo di silenzio l'applauso liberatorio del pubblico ed a sipario calato due annotazioni di Federico Bario. «Con Mirella Morelli e Giovanni Ripamonti, canto e tastiere - ha ricordato - abbiamo scelto canzoni del repertorio Yiddisch, musica Klezmer, quella fantastica e variegata musica creta dagli ebrei del centro Europa prima della Catastrofe. Il testo è una mia rielaborazione di una traduzione fatta da Primo Levi nell' 82 e oramai fuori catalogo
L'incipit del recital è invece tratto dal film di Alain Resnais "Notte e nebbia" del 1956».
Informazioni importanti ma non quanto la serata ha saputo suscitare e cioè una "vergogna collettiva" da non dimenticare ma, al contrario, da ricordare alle generazioni future.

Francesco Orio