| PINSK,
POLONIA 1939. Un gruppo di ragazzini assiste alle prime deportazioni inflitte
dai soldati
sovietici nei confronti della popolazione civile: chi viene sospettato
di essere “dissenziente” nei
confronti del regime comunista è deportato in Siberia.
AUSCHWITZ-BIRKENAU, POLONIA 1944. Un membro del Sonderkommando, la squadra
speciale
addetta a tutte le fasi dello sterminio di massa messo in atto dai nazisti
nei campi della morte,
racconta la sua giornata lavorativa.
Due episodi, tra i molti, che testimoniano di quella banalità del
male che ha trasformato il XX secolo
in un unico campo di battaglia: immenso mattatoio pensato, pianificato
e attuato nel cuore di
quell'Europa sopravvissuta alla catastrofe della Prima Guerra Mondiale.
I due testi sono preceduti dal racconto di un fatto accaduto durante la
guerra dei Balcani combattuta in Europa negli anni novanta. E prova a
guardare in faccia quel che noi consideriamo “il Bene”, e
quel che invece chiamiamo, appunto, “il Male”. E cerca di
dare qualche risposta.
“LA VALIGIA DI K.” è la valigia dell'ebreo Franz
Kafza, lo scrittore nato a Praga nel 1883 e morto
all'età di soli 41 anni. Kafka, come ogni ebreo sempre con la
valigia pronta, possiamo pensarlo in
fuga senza tregua da quel consorzio umano che lui stesso racconta con
la sensibilità profetica di chi
sa leggere e interpretare i segni di un mondo che si sta autodistruggendo.
Le vicende che qui narriamo sono un'ipotetica ma probabile parte del
contenuto di quella valigia.
Siamo qui per scoprire le carte, per dare una voce e un suono alla testimonianza
dei vinti, degli
oppressi, dei massacrati.
Siamo qui per rompere un silenzio che nasconde grida senza fine.
Federico
Bario |